Era avvinghiato da due ore attorno al mio ginocchio destro. La gamba oramai non la muovevo né sentivo più. Mi trovavo nella mia cella. I mesi di isolamento che mi avevano dato erano sei.
«È quello che si merita questo pezzo di merda.»
Le guardie parlavano nei corridoi. Pensavano non li sentissi.
«Io lo ammazzerei questo figlio di puttana.»
Ero al secondo mese della mia segregazione ed ero sereno. Io amavo l’isolamento. Non dovevi interagire con nessuno ma solo mangiare e dormire. La vita lì era una pacchia. L’unica cosa che mi mancava era il motivo per cui mi avevano rinchiuso. Quella carne fresca. Cazzo come mi mancava… Desideravo toccare delle natiche e percepivo sulle dita il calore di una pelle giovane ed elastica. Le mie narici ne sentivano persino il profumo.
Sentii una morsa, l’aroma svanì e la stretta diventò più forte. Percepii la pelle comprimersi e per un attimo mi mancò il fiato. “Merda. Questa cosa inizia a darmi fastidio.” Provai a chiamare qualcuno ma, come al solito, il gelido silenzio. Lì dovevi farti tutto da solo. Le guardie arrivavano solo se
iniziavi a cantare o a disturbare in qualche modo. Dovevi essere calmo e non dare fastidio. Il carcere è come la vita fuori: devi farti i cazzi tuoi in silenzio. L’unica differenza è che se fai casino fuori dal carcere vai in carcere ma se sei in carcere e fai casino vieni pestato di botte.
Le vene nella mia gamba iniziarono a pulsare sempre più forte come se volessero uscire dal mio corpo. “Se solo potessi vederlo…” Desideravo ardentemente sapere chi mi teneva bloccato. Ero a letto, al buio, ormai rigido come un blocco di granito.
Era successo mentre stavo dormendo. Quella cosa mi si attaccò addosso e non riuscii più a comandare i miei muscoli. Riuscivo a muovere soltanto la mano sinistra ma con quella non facevo un granché. Mi addormentai. Sognai l’ultima mia preda. Era un ragazzo con la pelle chiara e i capelli castani. Era proprio carino. Ricordavo bene il suo corpo nudo sotto di me. Lui sì che mi aveva fatto godere.
Avvertii una specie di mugolio provenire dal basso. Mi svegliai e sentii un verso tremendo come quello di un animale a cui strappano le viscere. Durò poco ma fu intenso. Avevo i brividi lungo tutto il corpo. E così, quella cosa, aveva pure una bocca che emetteva dei suoni. Di colpo, poi, l’essere si allungò verso il mio addome. La pressione sulla gamba non si era allentata ma il suo corpo si era semplicemente prolungato su di me. Con un grosso peso sulla pancia, iniziai a respirare a fatica.
Percepii così che la bestia che mi stava avvolgendo aveva la fisicità di un rettile ma il pelo di un leone. In un attimo ero ricoperto da una specie di lungo cappotto peloso. Era bello sentirsi abbracciare. Il ragazzino, sì, mi aveva buttato le braccia al collo ma solo perché l’avevo obbligato io, quello altrimenti rimaneva immobile come un pesce…
Avvertii qualcosa di bagnato. Quella strana creatura iniziò a perdere del liquido. Non potevo vederne il colore ma sentivo che aveva un odore acre come di qualcosa andato a male. Era viscido e mi rimase appiccicato dappertutto. Pian piano lo sentii muoversi ancora. Si stava dirigendo verso il mio viso. Chiusi gli occhi e, in un attimo, mi sommerse. La mia bocca e le mie narici facevano fatica a prendere aria. Ero diventato un tutt’uno con il mio parassita. Mi accorsi che non ero spaventato, anzi, in quel momento, ero in completa sintonia con lui. Immersi nello stesso liquido, iniziammo a respirare all’unisono. Mi addormentai ancora. Questa volta sognai la mamma. Era da tanto che non la vedevo. Da quando avevo iniziato a fare quelle cose anche lei mi aveva allontanato. Se solo la gente avesse provato sono sicuro che sarei stato più compreso.
Mi svegliai di colpo. L’essere stava facendo qualcosa di inaspettato. Tutti i suoi peli si stavano irrigidendo e stavano diventando duri come degli aghi. La mia pelle, ammorbidita dalla sostanza che avevo addosso, si iniziò a bucare facilmente e il sangue del mio corpo iniziò a colare. Sentii una cascata di gocce cadere a terra. Stavo perdendo la mia linfa. Il mio corpo si stava svuotando e stavo diventando cavo ed essiccato. Il flusso continuo del mio sangue mi fece assopire e piombai in un piacevole intorpidimento. Poi, in lontananza, sentii qualcuno che succhiava qualcosa. Era il mio parassita che si stava sfamando. Desiderava il sangue perché gli piaceva e se ti piace qualcosa non ne puoi fare a meno.
Testo pubblicato in Racconti dell’orrore 2023 – AA.VV. Rudis Edizioni, Roma, 2023.

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