Avvicinamento

Non mi fidavo. C’erano troppe calli al buio, innumerevoli vicoli senza uscita e una scarsa illuminazione stradale. Come poteva una città così popolata essere dannatamente inquietante? Eppure la gente ci viveva tranquillamente, senza alcun apparente segno di timore.

Camminavo nella penombra e sentivo il peso della solitudine attanagliarmi. A quanto riuscivo a scorgere, ero l’unico essere umano presente in quella calle. Sentivo l’umidità del terreno risalirmi le gambe e percepivo lunghi brividi lungo la schiena. Aveva appena piovuto e il rumore dei miei passi sulla pavimentazione bagnata creavano un suono sordo e ripetitivo. Sciac… sciac… sciac.
Le case attorno a me mi osservavano silenziosamente. Gli scuri delle finestre erano serrati ma da piccoli spiragli del legno delle luci accese mi tenevano d’occhio. Era orario di cena e gli abitanti stavano probabilmente assaporando un pasto caldo e confortante. Quanto li invidiavo, quando avrei desiderato essere parte anche io di quella vita così piena e completa. Io, invece, non avevo nessun invito per cena e nemmeno nulla in dispensa. Anche questa sera dovrò saltare… Finire tardi lavoro e rientrare quando era già buio mi faceva pensare meno alla mia condizione. Buttato così in una città nuova senza nessun appoggio o amico ero rimasto solo e isolato dal mondo.
La mia vita era monotona e deprimente. C’era il lavoro, il pranzo, il lavoro e il rientro a casa, possibilmente il più tardi possibile così c’era meno tempo per pensare. Il letto, ah il letto, unico baluardo di felicità. E poi, sì, i sogni. I sogni erano la cosa più bella della mia esistenza. Nei sogni ero chiunque desiderassi essere. Una notte ero un pirata con pochi denti ma con un fascino inimaginabile. Un’altra, un re di terre lontane amato dai suoi cittadini e adorato da sua moglie e i figli. Un’altra ancora ero un semplice contadino con qualche gallina e dei pomodori e una lodabile voglia di vivere. Io vivevo davvero solo nei sogni, quando mi svegliavo trovavo un modo per fare passare le ore.
Gli altri vivevano la loro vita, sereni e senza timori, io, facevo solo passare le ore.

Non mi sarei stupito se avessi incontrato un mostro spaventoso a cinque teste o un enorme verme con degli occhi di fuoco. Mi aspettavo di tutto da quel posto, qualsiasi cosa mi si fosse parata davanti non mi avrebbe stupito o frastornato. Ero certo che c’era qualcosa di Da quella città nonostante mi aspettavo di tutto non ero mai emotivamente pronto. Non riuscii mai a godermi quell’ incertezza, quel senso continuo ed opprimente di non riuscire a carpire una cosa fino in fondo.
Ero abitudinario. Percorrevo sempre gli stessi itinerari. Scesi gli scalini di casa, svoltavo alla prima calle a destra, poi subito a sinistra e poi dritto per il ponte dai trentadue gradini. Conoscevo a memoria quel percorso eppure ogni volta, ad ogni passo, per un attimo, non riconoscevo la via, c’erano sempre dei dettagli che mi sfuggivano. Un giorno era comparsa una maniglia rossa su un portone, un altro giorno c’era un’inferriata su un terrazzino, in un altro ancora erano comparsi dei disegni sulle mura di un palazzo. Sembrava che l’ambiente attorno a me si modificasse come un animale in crescita. Io ero il parassita che viveva dentro di lui e che faceva fatica a sentirsi a casa.


Era una città che ancora non ero riuscito a conoscere benché fossi un suo abitante da due anni.

La macchia pian piano iniziò a prendere forma davanti ai miei occhi.
C’era un essere dal naso adunco e lunghissimo, gli occhi neri ed enormi, fosse profonde al posto delle rughe sulla fronte. Rabbrividii.
Mi stava venendo incontro quando, grazie a dio, i miei occhi misero a fuoco.

Un uomo che indossava una maschera grottesca con fattezze di diavolo, vestito tutto in rosso, trotterellava ricordandomi che il carnevale di Venezia era vicino.
Mai più avrei dimenticato gli occhiali.

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