La resa dei conti

La chiesa era piena. Mi chiedevo come quel bastardo potesse avere così tante attenzioni anche nel suo ultimo giorno. C’erano signore di mezza età, donne con bambini piccoli, uomini vestiti eleganti, uomini vestiti in tuta, signore anziane che sfoggiavano i loro gioielli dorati e poi io. Io che mi ritrovavo lì quasi per caso ma che, probabilmente come gli altri, mi sentivo obbligato ad essere presente. Se fossi mancato, Dio solo sa cosa mi sarebbe successo. Tanto a me cosa costava? Mi bastava stringere i denti un paio d’ore, scambiare due parole con i miei vicini di banco su come fosse una brava persona e, al suono delle campane, fare un cenno di saluto ai familiari. Sì, perché alla fine io ero andato solo perché i parenti della vittima potessero vedermi, perché con la mia presenza mi sarei tolto un sacco di grane. E alla fine, a me, cosa costava?
Capitò tutto in un giorno di giugno quando, mentre andavo al lavoro, tamponai una macchina. Inchiodò in mezzo alla tangenziale e io, sì, non rispettavo bene la distanza di sicurezza, lo colpii in pieno. I danni erano parecchi e io aprii la porta dell’auto per miracolo. Fortunatamente per me, eravamo entrambi incolumi e, con mia grande sorpresa, l’autista che avevo colpito non sembrava nemmeno tanto scombussolato dalla situazione. Discutemmo a lungo al bordo strada ma non ci fu verso di compilare la constatazione amichevole, lui voleva risolvere tutto “tranquillamente a casa”. Capii solo nell’ora successiva cosa intendeva dire. Avevo colpito un boss mafioso e, da lui, i problemi si risolvevano con i favori. Mi proponeva di risolvere il contenzioso tra noi “facilmente” e “una volta per tutte”. Bastava che io gli consegnassi una dozzina di pacchi e lui avrebbe fatto finta che l’incidente non fosse avvenuto. Non avrei avuto rogne con le assicurazioni né problemi con l’auto perché lui si offriva, per suo spirito magnanimo, di demolire personalmente il mio veicolo. Ero incastrato. Se non avessi accettato la proposta sarebbero stati guai ma se l’avessi accettata ci sarebbero comunque state delle conseguenze. Mi dette due giorni per pensarci ma io sapevo già per cosa avrei optato. Mi ritrovai così a consegnare dei piccoli pacchi di cartone nei luoghi più disparati della città. Dovevo appoggiarli su una finestra oppure metterli all’angolo di un incrocio, dovevo consegnarli la mattina presto a un panettiere o appoggiarli su un motorino. Dopo le prime distribuzioni, ce ne furono delle altre e poi altre ancora. Dopo un paio di mesi ero diventato un fattorino della mafia, io, io che ero un signore rispettato con un buon lavoro e una famiglia numerosa. Era un giro di malavita sporco e maledetto e io ne facevo interamente parte.

Improvvisamente, poi, accadde che spararono al boss, gli fecero una sortita a casa, nella notte, mentre stava dormendo. Morì sul colpo e fu, a quando mi sembrò al suo funerale, rimpianto da tutta la comunità. Dopo la sua morte, pensai di non ricevere più ordini, di essere giunto alla resta dei conti e di averli anche portati a termine. Mi sbagliavo, le istruzioni arrivarono da un’altra fonte e io continuai la mia vita di prima. Leggi il biglietto, cerca la via, consegna. Leggi il biglietto, cerca la via, consegna. Ero diventato involontariamente un fedele collaboratore mafioso. Ero uno di quelli che quando viene preso dalla polizia fa il finto tonto e cade dalle nuvole quando gli dicono che dentro ai pacchi che consegnava c’era la droga. Ero uno di quelli che se lo avessero intervistato in TV avrebbe detto con fare spocchioso che la mafia non esiste e che non c’è posto migliore per vivere che la Sicilia. Ero diventato in un attimo uno di loro, uno di quel gruppo che si chiama famiglia. E la famiglia, anche se la odi, non la potrai mai abbandonare perché è sangue del tuo sangue. Con gli anni, poi, con le conoscenze giuste e molta fortuna, feci carriera. Il 13 luglio del 1993 divenni capo del quartiere, fui eletto poi capo della città e infine, venni a comandare tutti i traffici della regione. Vedevo tutto dall’alto, conoscevo l’ora esatta in cui gli scambi di droga prendevano piede, sapevo quando ci sarebbe stata una sparatoria e quando avrebbero messo a segno una rapina. Ero un Dio onnisciente e crudele che aveva potere di vita o morte sui suoi sudditi.

Chissà quanta gente ci sarà al mio funerale.

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